Cesare Cremonini, Freddie Mercury e io nel mezzo

Appollaiata accanto al termosifone, ho scritto un articolo che parla a modo mio di Cesare, di Freddie, e di un poʼ di amore. Niente di più, niente di meno. Sempre andando oltre quel che appare in superficie.

Cesare Cremonini e Freddie Mercury, uomini e artisti interiormente simili

Quanto pesa un cuore pronto ad esplodere?

Me lo sono chiesta giorni fa dopo aver fatto un pieno di bellezza musicale con Bohemian Rhapsody, seduta sulla mia poltrona alla fila M, e Cesare Cremonini in concerto a Bari per il CremoniniLIVE2018, saltando e cantando a squarciagola tra le prime file del parterre come un’eterna adolescente innamorata.

Aprendo le portiere arcobaleno della “macchina del tempo”, sono salita a bordo per due giri di rock e pop ad alta rotazione, e sono stati due viaggi nelle emozioni bellissimi.

Non sono qui a scriverne la recensione, non ne sarei capace e non voglio farlo, visti anche i numerosi articoli circolanti in rete. Al di là di tutti i difetti e le incongruenze che la critica e i fan dei Queen più accaniti hanno voluto sottolineare, ci sono io che sbroglio matasse di parole e pensieri venute fuori dopo aver visto questo biopic su Freddie Mercury.

Bohemian Rhapsody secondo me

Il film è la storia di un passato doloroso da riscattare e di un fuoco che arde dentro di sé, impossibile da spegnere e in nome del quale lottare. È il racconto di un ragazzo dall’anima ferita, che trova nella musica la possibilità di essere nel senso di esistere, stare al mondo. E di salvarsi.

Freddie Farrokh Bulsara Mercury. Un sognatore eccentrico e disobbediente, irriverente in superficie e folle per intima necessità, ma anche un uomo come pochi e un uomo come tanti: inquieto, vulnerabile e fallibile come gli esseri umani, tutti e per mille motivi diversi, sono. Un uomo sensibile e riservato, che tra intimità e interiorità sapeva sempre cosa scegliere per trasformarla in note e parole da cantare senza mai risparmiarsi, tagliando fuori tutti quei chiacchiericci inutili e crudeli che certa stampa e certi pregiudizi non smettevano mai di alimentare.

Freddie Mercury e Cesare Cremonini, rock british e pop italiano ad alta rotazione
Photo by Joshua Hoehne on Unsplash

Un artista rivoluzionario e immortale, come sa esserlo la musica che strappa dalle prigioni personali e restituisce la vita. In sala d’incisione e sul palco è un cantautore, performer e musicista dall’incredibile genio creativo; tra le pieghe dell’animo un rocker nemico della solitudine e un ribelle romantico che non si vergogna di cantare l’amore nelle sue innumerevoli sfumature – e che forse paga i suoi errori da ricerca disperata d’affetto nel modo più caro possibile.

Bohemian Rhapsody è – anche, ma per me soprattutto – la storia di un bisognoso d’amore che cade più e più volte tra le braccia e le gambe di altri cuori solitari e occhi disillusi, senza però mai perdere quello vero e disinteressato di chi tra luci e ombre sceglie di rimanergli accanto fino all’ultimo momento.

Cesare e Freddie tra melodie e parole

Parlo di Freddie Mercury, ma penso anche al Cesare che in PadreMadre confessa cantando “se son stato così lontano è stato solo per salvarmi”, all’uomo che – così come la sua penna virtuale scrive in un post sui social – combatte contro se stesso e le sue celebrazioni, consapevole di quanto “l’amore soltanto l’amore può farti guarire”.

Cesare e Freddie. Due uomini e due artisti appartenenti a epoche storiche e musicali diverse, ma interiormente simili. In Cesare Freddie rivive nei gesti, ma anche negli sguardi e nei dialoghi maliziosi scambiati col pubblico; in quelle falcate energiche che sul palcoscenico si alternano a note morbide e parole sussurrate; in ogni dito allungato sui tasti del pianoforte e nei versi di canzoni che parlano la stessa lingua del cuore. Nei sogni difesi strenuamente a suon di musica, proteggendoli dai problemi della vita.

Due esistenze legate da un filo invisibile che Cesare Cremonini ha descritto con la sua proverbiale arte di paroliere in una lettera-prefazione dedicata a quel Freddie tatuato sull’avambraccio sinistro e che alla sua insegnante di pianoforte chiese con presunzione di studiare al posto delle classiche lezioni di solfeggio.

Mi chiedo spesso quali parole avresti usato e quali melodie avresti cantato per questi giorni complessi. Con che rime, con che accordi, e in che tonalità li avresti interpretati? Ti è mai capitato di pensare, mentre la scrivevi, che una canzone fosse troppo piccola per tenere insieme tutto quanto? A me sì, e quando mi capita so cosa ascoltare.
Cesare Cremonini (scrive a Freddie Mercury)

“In questo mondo di eroi nessuno vuole essere Robin”

Mentre guardavo il film, alcuni pensieri hanno smesso di essere “leggeri come sabbia” e ho dovuto lasciarli parlare per cercare delle risposte.

Cosa pensava Freddie a fine concerto? Cosa pensa un artista quando il sipario si chiude e fa la sua prima doccia per lavare via il sudore da adrenalina che lo pervade? Cosa pensa quando si rifugia in un letto non suo?

Cosa provi, Cesare, quando le luci dei riflettori si spengono, mentre corri da una stanza d’albergo a un’altra, o quando ad accoglierti sono le pareti di casa e non quelle invisibili e familiari del palco? Rende davvero felici e appagati occuparsi sempre della felicità altrui? E se “l’occhio ride ma ti piange il cuore”, c’è qualcuno che se ne rende conto e se ne (pre)occupa?

Cesare Cremonini fotografato da Cristiano Zabeo durante il tour CremoniniLIVE2018
Photo by @cristianozabeo on Instagram

Tra una scena e l’altra del biopic, non ho potuto fare a meno di pensare alla tua venerazione per Freddie Mercury, e ho temuto di rivedere anche te in molti dei suoi tormenti solitari, in molti dei suoi lucidi dialoghi interiori, in molte delle sue amarezze per troppo amore forse malamente ricevuto (e donato).

Siamo così abituati a parlare di personalità geniali e di uomini dalle incredibili doti artistiche, che spesso dimentichiamo di osservarli e amarli esattamente per quello che sono anche nel dietro le quinte, lì dove la maschera da pagliaccio o supereroe cade e quel che resta è il volto da Robin che sul palco è facile dissimulare – per la gioia di chi non vuol vedere e andare oltre.

Una lampada accesa sul comodino

Un po’ d’amore, niente di più, niente di meno. Un bisogno che sento riecheggiare lungo ogni singola nota delle canzoni dei Queen, ma anche di Cesare Cremonini.

Il fatto è che è più facile farsi amare quando indossiamo il vestito e il sorriso migliori; ci basta coprire le cicatrici con strati di make-up o tessuti con paillettes; ci basta imbandire tavole dorate su cui esporre i nostri successi; ci basta risultare brillanti, coinvolgenti, ironici, non troppo frivoli né troppo impegnativi, quasi come se vivessimo in un eterno primo appuntamento nel quale non possiamo permetterci di sbagliare.

Scendere in profondità e a patti con i limiti e i lividi degli altri è un esercizio ben più complicato di un semplice sguardo superficiale d’insieme; significa entrare nei camerini degli show quotidiani altrui chiedendo il permesso, fare domande in punta di piedi, interrogarsi, accettare risposte a volte ingombranti. Vuol dire soffermarsi, leggere tra le righe, non concedere occhiate fugaci e non sorvolare, rischiarando il buio da riflettori spenti con una lampada lasciata accesa sul comodino.

Guardare oltre è un esercizio di empatia, comprensione e consapevolezza che dovremmo praticare ogni giorno con chiunque, senza limitarci a ‘leggere stati lapidari su Facebook e trarre conclusioni’.

Sotto una pioggia di rettangoli colorati esplosi nel cielo

Io ad esempio vorrei essere più leggera e dare tutto per scontato, ma ho il vizio di non saper procedere se non guardando oltre e scendendo a fondo. È per questo che dai primi di dicembre sento ancora pizzicare dentro me, come se le emozioni provate durante il film e il concerto fossero rimaste incastrate in un labirinto di vene e arterie, e muscoli e ossa, senza riuscire a venirne fuori se non sotto forma di lacrime.

Quelle che non ho voluto trattenere durante la proiezione del film e alla vista di quell’ex ragazzo dai capelli con le meches color rubino che con la sua disarmante bravura e profondità sa sempre regalare la speranza di “un giorno migliore”. Che si abbia 20, 30 o 50 anni.

Cesare Cremonini fotografato da Kimberley Ross (@kimmika su Instagram) durante il tour CremoniniLIVE2018
Photo by @kimmika on Instagram (altre foto meravigliose scattate da Kimberley Ross durante il tour potete ammirarle qui)

Data la mia età, non ho potuto provare le emozioni di un live dei Queen come quello del Live AID al Wembley Stadium nel 1985, ma so riconoscere il suono della felicità quando vedo Cesare esibirsi in concerto: una goduria a rilascio prolungato che ho fatto fatica a contenere sotto la pioggia di rettangoli colorati esplosi nel cielo sulle ultime note di Nessuno vuole essere Robin.

Alcuni di loro ho voluto portarli a casa con me: un piccolo promemoria emozionale per tutti quei momenti in cui avrò solo voglia di “guarire ogni male, e poi fare e disfare”. Ché poi in fondo è proprio questo che fa la musica che sa attaccarsi all’anima e salvare.

Così come l’amore.

CONDIVI L'ARTICOLOShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Pin on Pinterest
Pinterest

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *