Marrakech e quella felicità sotto i polpastrelli delle dita

Tasto rewind premuto o penna inserita nella musicassetta per riavvolgere il nastro: scegliete voi come tornare lì dove siete stati felici. Io con i ricordi torno al mio primo viaggio a Marrakech.


26 luglio e un’emoticon dal sorriso amaro disegnata accanto: questa la data che sul calendario del 2018 segna l’ultimo suono di clacson udito lungo il tragitto verso l’aeroporto di Menara a Marrakech.

Nel corso di quei 6 km che mi allontanavano sempre più dalla Medina, ho pensato che avrei fatto davvero molto fatica a lasciare andare via le emozioni provate in quella terra; che avrei dovuto farle decantare per chissà quanto tempo prima di sentirmi pronta a violarne la sacralità affidandole al vento e ad altre bocche, perché loro [le emozioni] erano il mio bottino segreto e tali sarebbero dovute rimanere di fronte a chiunque avrebbe potuto non comprenderne il valore.

Marrakech, 95 giorni dopo

Poi, però, le convinzioni cadono e 95 giorni dopo quell’arrivederci a Marrakech mi ritrovo a ricomporre un puzzle fatto di riflessioni a cuore caldo lasciate qua e là su pezzi di carta e note del cellulare.

Oggi desidero finalmente tornare lì dove le parole hanno smesso di sentirsi costrette, soffocate, imprigionate, ma senza l’impellente necessità di essere urlate al mondo; lì dove hanno saputo godersi il silenzio anche quando a Piazza Jemaa el Fna era il caos il vero protagonista.

Il caos di Piazza Jemaa el Fna a Marrakech

Sento il bisogno di sentire la felicità sotto i polpastrelli delle dita, nelle narici, tra i capelli.

Voglio sentire il mio cuore esplodere al buio dalla terrazza al secondo piano del ristorante marocchino in cui abbiamo cenato la domenica sera, con l’eco della Moschea Koutoubia in lontananza mentre il rumore dei motorini e il vociare disordinato di quei volti indaffarati anche in piena notte continuava a riempire l’aria e le strade sottostanti.

Voglio indossare sandali e pantaloni in lino accuratamente preparati e riposti sulla sedia il giorno prima, e svegliarmi col tintinnio di tazze e piattini provenienti dalla piccola cucina del Riad Haraka che ci ha coccolato per 2 giorni.

Riad Haraka, dove dormire a Marrakech

Voglio avere caldo, collezionare bottiglie d’acqua con cui dissetarci e andare per mini botteghe alla ricerca notturna di dolci, scoprendo rassegnati come in Marocco il cioccolato sappia essere quasi un miraggio e che alcun dessert a base di arance e cannella potrà mai redimermi dal desiderare nutella a volontà.

Voglio chiudere il massiccio portone verde del riad alle mie spalle per riemergere dalla quiete e mescolarmi tra la folla, schivando insistenti ‘inviti all’azione’ e lasciandomi bonariamente assalire da bambini e uomini in cerca di attenzioni e pochi spiccioli. Voglio sentire le urla dei bimbi che giocano a nascondino per gli intricati vicoli dei quartieri, tra macerie di muri crollati e case piccole ma accoglienti, lì dove sulla soglia, di sera, le ragazze e le donne sedevano composte a scambiarsi pettegolezzi e racconti della giornata ormai giunta al termine (forse più per noi che per loro).

Cosa mi ha donato Marrakech

Marrakech, la mia Marrakech così decantata e desiderata, e finalmente incontrata per la prima volta a luglio, mi ha donato la fibrillazione di una città instancabile, il silenzio rigenerante del riad e dei vicoli meno battuti dai turisti, il profumo di ambra e gelsomino che si mischia all’odore di spezie quasi miracolose.

Mi ha regalato occhi scuri in cui perdermi, alcuni coperti da un velo, altri mostrati al sole; piedi e taxi che sfrecciano accanto ad asini e altri mezzi di trasporto quasi improvvisati; il primo canto del muezzin alle 5 di mattina e il suo ultimo richiamo alla preghiera delle ore 22; spazi ristretti tra i quali scorgere mansioni e oggetti di tutti i tipi, ma anche vedute ampie e ariose come quelle di chi sa guardare il mondo senza paure e pregiudizi.

Cosa vedere nella Medina di Marrakech

Ricordi e racconti inesauribili

Non sono mai stata particolarmente abile nel godermi la (mia) felicità, ho sempre avuto l’abitudine di tifare per quella altrui, ma a Marrakech, per la prima volta, mi sono concessa la possibilità di essere certa che sarei tornata a casa con il peso non quantificabile di una me profondamente reale e felice, felice di abbracciare quanta più ‘diversità’ possibile senza sentirmi mai fuori posto.

In questo uggioso giorno di ottobre sento il bisogno di sentire la felicità, ancora una volta. La lascio riposare qui, su questa pagina di diario virtuale, affinché possa lievitare sorretta dal calore di altri ricordi che del Marocco e di questo viaggio intenso hanno ancora molto da raccontare.

Cosa fare a Marrakech: passeggiare per i souk della Medina

Il mio outfit colorato per le strade di Marrakech

Il mio indimenticabile viaggio a Marrakech

CONDIVI L'ARTICOLOShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Pin on Pinterest
Pinterest

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *