Sono stata in Sardegna due volte e non ho ancora capito se nella vita mi convenga essere isola come lei o terraferma, se attualmente mi senta più l’una o l’altra. So, però, che la differenza tra isolani e isolati (cosa che ci si può sentire sia che si viva su un atollo sia sulla terra emersa) gioca tutta su una consonante da cui dipende il modo in cui ci si percepisce, e io in terra sarda non ho mai avuto la sensazione di essere avulsa dal mondo, lontana dagli altri, distante da me come una nave al largo incapace di scorgere la riva. Semmai il contrario, e non mi capitava da molto.
La Sardegna è stata la mia cura personale, il mare freddo in cui lasciare brinare i pensieri per poi vederli risalire a galla più limpidi e rinfrescati. Per tornare a sentirmi continente e meno isola sperduta.
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Cosa mi ha lasciato, cosa c’ho lasciato
In questo articolo avrei potuto raccontare (una microscopica parte del)la Sardegna sfruttando a mio vantaggio la SEO per comparire prima o poi in cima all’oceano di risultati che Google mostra quotidianamente, ma ho deciso che, per omaggiarla e ringraziarla, queste righe ospiteranno esclusivamente la mia sincera percezione della parte della regione su cui ho avuto la fortuna di muovere passi e posare lo sguardo incantato.
Niente da consigliare su cosa vedere in Sardegna in una settimana (d’altronde sono stata a Iglesias per soli 4 giorni in entrambe le occasioni) o da dire se qualcuno mi chiedesse cosa fare a ferragosto in Sardegna (per la cui risposta mi rivolgerei ai miei preziosi amici che vivono lì senza fingermi esperta di località che ancora non conosco e mai conoscerò alla perfezione come chi ci risiede e la ama visceralmente sin dal primo battito).
Qui lascerò parlare la Sardegna vista e ascoltata coi miei occhi. Per le informazioni pratiche su nomi di spiagge o città da visitare, mi affiderò a qualche appunto scritto sul cellulare per annotare quello che quei luoghi mi stavano infondendo mentre ero lì con ogni parte di me e della mia famiglia. Ecco perché ci ho lasciato briciole di cuore che tornerò a recuperare appena possibile.

Una specie di magia incomprensibile ai più
Quel che ho capito arrivando sull’isola è che la Sardegna non è un luogo, ma un sentimento antichissimo come i nuraghi che la disseminano. Si potrebbe pensare che si presenti rugosa come i territori che di storia e storie ne hanno viste passare parecchie sotto i loro occhi, ma in realtà di questa vetustà sul suo volto non c’è traccia. Gran parte della sua pelle è rimasta intonsa come quella di un neonato: è giovane, fresca ed elastica come il verde lasciato aggrapparsi al terreno per vederlo poi oscillare col maestrale.
Mi è sembrato persino di vederla sorridere per quanto era felice di saperci finalmente lì

Che bello sentirla celebrata e raccontata da chi questa terra la abita e sa decifrarne i venti: è un po’ quel che accade quando un bambino inizia a pronunciare le prime parole che solo i genitori riescono a decodificare per poi comunicarne il senso agli altri. Una specie di magia incomprensibile ai più.
Io di questa Sardegna così serena e rasserenante, vitale e ipnotica, mi sono innamorata a inizio ottobre 2024 visitandola per la prima volta in tre e in compagnia di amici speciali che hanno voluto ospitarci e guidarci. L’ho trovata gelida come il mare di Maladroxia in cui ho deciso di gettarmi per il mio primo bagno di stagione (ormai terminata), ma soprattutto luminosa, appagante e generosa come non mai.
Mi è sembrato persino di vederla sorridere per quanto era felice di saperci finalmente lì dopo averlo fantasticato per anni. Avrà percepito che lo eravamo anche noi facendo così entrare in azione i suoi neuroni specchio? Io dico di sì.

Può il mare smettere di prendersi cura del nostro sentire?
Sono partita per la seconda volta per la Sardegna con uno zaino povero di indumenti, ma carico di aspettative e dubbi (su di me, sugli altri, su tutto, credo). Domande a raffica che ho riposto nel bagaglio a mano tra uno slip e una maglietta a maniche corte, portandole in viaggio con me come è capitato anche a New York 3 anni fa.
Che fine si fa se non ci si prende più cura delle ipotesi di dolore altrui? Se non ci si ascolta più? Se le gioie in corso di svolgimento restano appannaggio di chi le prova senza condividerle con nessuno? Come ci ridurremmo se il mare smettesse di prendersi cura del nostro sentire rendendosi inaccessibile e inscrutabile? Mi chiedo e richiedo le stesse cose da un po’, come una filastrocca di cui non capisco più il senso pur ricordando a memoria le rime. Le risposte a queste domande le ho trovate a Iglesias: alcune nel cuore dei due cari amici che vivono lì (sempre loro, sempre gli stessi di qualche riga più su), altre osservando l’elegante oscillare del mare sulle spiagge sarde che ci hanno fatto conoscere.
Iglesias e chi è stato felice di averci lì sono stati come un genitore premuroso a cui ci si rivolge nel cuore della notte
La verità è che da tanto ho smesso di innaffiare e di vedere annaffiate un bel po’ di cose attorno e dentro me, e questo mio inaridimento ha assorbito nella sua aura altri campi secchi che mai avrei pensato di veder ingiallirsi così. Passeggiare sulle battigie dorate e per le vie di Iglesias con la mia bambina, che tra le mura di casa non voleva saperne di dormire ma fuori sì, mi ha ricordato, però, che posso sentirmi arida e inaridita, ma anche grata e rigogliosa, che posso camminare sola senza sentirmi sola davvero, che posso temere di sentirmi incompresa o sovrastata ma anche essere smentita nell’arco di pochi minuti.

Iglesias, Sardegna a colori (parte 1)
Iglesias e chi è stato felice di averci lì sono stati come un genitore premuroso a cui ci si rivolge nel cuore della notte quando si è ancora piccoli e assetati o si sta poco bene. Sono bastate poche parole, pochi sguardi attenti, poche mani salde per rendere debole anche l’inaridimento più persistente. Io che non mi fido di nessuno (nemmeno di me) ho ripreso ad aver fiducia e a sentirmi fiduciosa di fronte alle cose belle e buone che ancora esistono. Che sempre esistono se ci si ascolta e ci si vede bene.
Un po’ come ho fatto con tutti i colori incontrati durante la famosa passeggiata pomeridiana con figlia crollata un istante dopo aver chiuso la porta di casa. Vie sconosciute e io che ho ripreso a conoscermi di nuovo, senza chiudermi e chiudere il mondo fuori. Un po’ di questo mondo fuori l’ho rimesso dentro per darmi una chance. E per dare una chance. È proprio vero che “qua in Sardegna splende sempre il sole, anche quando è il caso di far piovere sul cuore”.
Porto Scuso, Sardegna a colori (parte 2)
P.S. Sul mio profilo Instagram ho pubblicato un doveroso omaggio cromatico a Portoscuso, il borgo sardo delle tonnare che gli amici ci hanno portato a scoprire anche durante il primo viaggio in Sardegna.
Ripercorrendo, scatto dopo scatto, i vicoli e i prospetti delle case che animano questa cittadina sul mare di poco più di 4700 abitanti, mi viene spontaneo chiedermi: «Sono i colori a trovare me o è vero il contrario?». Poco importa. Quello che so è che per ogni facciata colorata o distesa di fiori dalle sfumature vivide e variegate incontrata, io sarò pronta a non disperderne il ricordo con passeggiate e foto a volontà.
So anche che qualche riga fa ho scritto che non avrei dato suggerimenti di alcun tipo, ma per Portoscuso sento di voler fare un’eccezione: se vi trovate nella Sardegna sud-occidentale (precisamente nella regione del Sulcis-Iglesiente), un giro a Portoscuso lo farei eccome.
Ah, e anche alla spiaggia di Masua (precisamente qui: https://maps.app.goo.gl/b8gtmhXfxYtgYSTd7).





