Vintage, dal significato letterale al significato profondo

L’inguaribile curiosa che è in me non poteva parlare di amore per il vintage senza partire dalle basi. Ecco le risposte alle domande più frequenti su questo variopinto mondo d’antan (più attuale che mai). Buon viaggio nel ‘nostro luogo felice’.

Significato di vintage, traduzione e pronuncia

Cosa significa vintage nello specifico? Questa domanda ha iniziato a frullarmi nella testa dopo aver varcato per la prima volta la soglia di Lab106, un negozio vintage di Andria a cui sono ormai affettivamente legata da anni.

Chi conosce l’inguaribile curiosa che è in me sa quanto fremi dalla voglia di saperne di più quando mi imbatto in qualcosa che mi piace, e allora eccomi qui a condividere quello che questo variopinto mondo d’antan mi sta insegnando. Partiamo dunque dalle basi: che significa vintage e come si pronuncia?

Vintage, definizione e traduzione

Usato per la prima volta all’inizio del XV secolo, il termine ‘vintage’ risale al francese antico vendenge che trae origine dalla parola latina vindemia (cioè ‘vendemmia‘). Si scopre così che l’etimologia di una delle parole che amo di più ha a che fare paradossalmente con una bevanda che, invece, non incontra affatto i miei gusti: il vino. L’espressione ‘vintage’ fa dunque riferimento a pregiati vini d’annata affinati nelle botti di rovere e in bottiglia.

Per quanto ancora oggi nel settore vitivinicolo ‘vintage’ sia usato per definire un’annata di grande valore, il termine ha poi assunto un’identità distinta e più ampia, finendo col definire una cultura che abbraccia le epoche del passato e quello che le ha contraddistinte: dalla moda agli stili di vita, passando per i costumi, gli oggetti, i balli, la musica, l’arredamento e molto altro.

Cosa significa vintage
Photo by Rafaela Biazi on Unsplash

‘Vintage’, nella sua accezione moderna e positiva assunta nel corso degli anni, indica quindi tutto ciò che appartiene ad un’altra generazione, che si è conservato intatto sino ai nostri giorni, che è impossibile replicare poiché fuori produzione e che è stato prodotto almeno vent’anni prima rispetto al momento attuale (senza necessariamente ascriverlo al XX secolo).

Vintage, pronuncia francese o inglese?

Passiamo ora a una nota dolente: come si pronuncia ‘vintage’? Prima di svelare l’arcano, occorre fare una precisazione importante: uno dei malintesi più diffusi è quello secondo cui il termine ‘vintage’ derivi dal francese vingt-age, che tradotto vuol dire ‘ventennio’, cioè la medesima quantità di anni che un oggetto deve compiere per poter essere definito vintage.

La parola francese da cui ‘vintage’ ha origine è invece proprio vendenge, come scritto qualche riga più su. Viene allora spontaneo pensare che la pronuncia sia alla francese [‘vintàg], no? Sbagliato! In Francia e nel mondo il termine ‘vintage’ viene pronunciato in un unico modo, ossia all’inglese: [ˈvɪntɪʤ]. Come mai l’origine geografica non coincide con quella fonetica? Semplice, per quanto l’etimologia tradisca un’origine francese, sono state la cultura inglese e americana a favorire l’esplosione del vintage come moda e cultura globale, quindi a livello fonetico ha prevalso la pronuncia inglese.

Vogliamo esser certi di pronunciare il termine ‘vintage’ in perfetto english british? Basta premere play e articolare la parola con entusiasmo (sì, lo so, dal video non traspare):

Quando nasce il vintage nella moda

Prima della rivoluzione industriale e durante la seconda guerra mondiale, a causa del costo elevato di stoffe e confezionamento a mano, gran parte della popolazione non poteva concedersi il lusso di sfoggiare ogni giorno capi nuovi e diversi. Il regime di razionamento degli anni ’40 impose l’uso ridotto non solo del cibo, ma anche dei tessuti (maniche e gonne divennero sempre più corte per questo motivo), inducendo per esempio il governo britannico addirittura a considerare illegale l’impiego di elementi decorativi con cui impreziosirli.

Era l’epoca dell’Utility Clothing Scheme, un programma varato dai paesi anglosassoni che prevedeva la distribuzione di tagliandi (ogni tessera ne conteneva venti, ma un solo cappotto già ne valeva 14) per l’acquisto di capi versatili, semplici ed economici. L’abbigliamento doveva risultare quanto più utile e sfruttabile possibile, limitando al massimo il numero di abiti da conservare nel guardaroba e riciclando il più possibile quello che si possedeva.

Quando nasce il vintage nella moda
Photo by Vasilios Muselimis on Unsplash

A cambiare le sorti del mondo della moda è invece il vintage, che nasce nel XX secolo come risposta al desiderio degli adolescenti di distinguersi dalla massa ed esprimersi: la moda si rivolge e coinvolge tutta la comunità che inizia finalmente a decidere quale stile d’abbigliamento indossare. A rendere irrequieti i giovanissimi dell’epoca era la voglia di ribellarsi agli adulti, gli stessi che avevano causato i grandi stravolgimenti economici, politici e sociali della prima metà del XX secolo, primi tra tutti i due conflitti mondiali. In un periodo storico dominato dal capitalismo e susseguito alle privazioni e alle sofferenze della guerra, era forte in loro il bisogno di prenderne le distanze, di costruire la propria identità, far sentire la propria voce e scegliere autonomamente.

Quello del secondo dopoguerra è dunque il periodo in cui si affermano le culture giovanili e le sottoculture: prima gli esistenzialisti parigini negli anni ’50, poi gli hippie in America negli anni ’60-’70 (i miei amati ‘figli dei fiori’ <3). A corto di soldi, ma mai di inventiva e creatività, è a loro che si deve la nascita delle prime manifestazioni del vintage: i mercatini dell’usato diventano il luogo privilegiato per esercitare l’arte del fai da te andando a caccia di capi etnici, di altre epoche o da poter trasformare (una tendenza che ritorna poi negli anni ’90 con la nascita del grunge).

Insomma, un’inequivocabile dichiarazione di indipendenza ed emancipazione dal mondo comune che avveniva a suon di estro e colori e che da lì in poi ha coinvolto fasce di popolazione sempre più numerose, ponendosi come valida alternativa all’alta moda e ai marchi ufficiali. Il ritorno del vintage di oggi è molto più di una semplicemente tendenza: altro non è che il prosieguo di ciò che ha significato nel corso del tempo.

Differenza tra vintage e rétro

Si tende erroneamente a confonderli considerandoli sinonimi, ma i due termini hanno significati diversi. Vintage è usato in riferimento a capi e oggetti che hanno almeno 20 anni di storia alle spalle (25 in UK), tanto da essere diventati nel tempo veri e propri oggetti di culto, poiché simbolo della cultura e del costume di un’epoca lontana che può ancora rivivere nel presente.

L’alta qualità dei materiali con cui sono stati realizzati ne garantisce, infatti, la longevità, permettendoci ancora oggi di stringere tra le mani prodotti assolutamente unici e preziosi, nonché impossibili da imitare. E allora ecco che la parola ‘vintage’ entra prepotentemente in uso nel linguaggio quotidiano per indicare abiti, bijoux, accessori, dischi, mobili, complementi d’arredo, videogiochi, ma anche mezzi di trasporto come automobili, biciclette e motociclette (iconica in tal senso è la Vespa).

Differenza tra vintage e rétro
Photo by Milivoj Kuhar on Unsplash

Con il termine rétro si vuole invece omaggiare una determinata epoca con elementi che ne imitano lo stile pur essendo di recente fattura. Contrariamente ai pezzi vintage, questi oggetti non provengono da un’epoca lontana, ma ne ricreano l’atmosfera mediante dettagli che si ispirano a un certo periodo storico: questo significa che sono a tutti gli effetti moderni. Un accessorio, un mobile, un abito possono essere quindi definiti rétro se ricordano il passato pur essendo assolutamente nuovi.

Differenza tra vintage e seconda mano

Che ‘vintage’ e ‘second hand’ siano spesso associati tra loro non vuol dire che abbiano lo stesso significato, anzi. Moda vintage e moda second hand perseguono il medesimo scopo, che è quello della sostenibilità, della moda circolare, del vestirsi in modo consapevole affinché il pianeta, le filiere produttive e le generazioni future possano trarne beneficio. Entrambe rappresentano un’alternativa al cosiddetto fast fashion di cui le grandi catene di moda low cost sono ahimè degne rappresentanti.

Parlare, quindi, di fashion revolution non può prescindere da chi sceglie consapevolmente capi vintage o usati. Ma qual è la differenza tra le due tipologie d’abbigliamento?

  • Capi usati. Acquistare seconda mano vuol dire indossare indumenti e accessori posseduti da un proprietario precedente: che siano nuovi o lievemente usurati, questi possono essere anche moderni e di recente produzione, e magari provenire anche dalla moda a basso costo; mercatini delle pulci e app di compravendita ne sono pieni.
  • Capi vintage. Al contrario, i pezzi vintage sono prevalentemente fuori produzione poiché realizzati in epoche lontane secondo differenti standard di qualità, ecco perché resistono nel tempo.
Differenza tra vintage e usato
Photo by Jon Tyson on Unsplash

A distinguere i capi vintage da quelli di seconda mano è anche il prezzo. Comprare usato è una scelta più economica. Il costo dei primi, invece, è imputabile alla rarità: più un abito o un oggetto è raro e difficile da trovare, più sarà alto il prezzo finale. Insomma, riuscire ad impossessarsi di un capo iconico a lungo desiderato può rappresentare nella vita di ogni vintage lover un evento da incorniciare (lo sanno bene i collezionisti, ma anche chi come me si entusiasma tutte le volte in cui torna a casa con un bottino in più).

Cosa significa essere vintage per me

Cos’è, allora, vintage per me? Una camicia anni ’80 dalle spalline larghe e vistose, una Novelle Cuisine vinta (per miracolo) durante la festa di paese quando ero bambina, uno zaino della Seven super colorato e nuovo di zecca da indossare fiera il primo giorno di scuola, un jeans Levi’s dall’azzurro intramontabile, un tavolino da salotto anni ’60 visto una domenica d’autunno a spasso per il mercatino dell’usato di Piacenza, un vinile su cui è incisa Killing Me Softly dei Fugees trovato in uno scatolone durante il Vintage Market Bari (una fiera di settore in Puglia alla sua prima edizione).

Per quanto i confini della parola ‘vintage’ siano sempre più labili e confusi, spesso definendo vintage anche ciò che non lo è, è innegabile ciò che ciascuno di questi pezzi rappresenta: un’incredibile cassapanca di ricordi personali e altrui, conservati intatti sino ai nostri giorni, che si mischiano al presente per raccontare storie nuove.

Ad ogni fortuito ritrovamento tra le bancarelle, i negozi vintage o gli antichi cassetti di famiglia mi esalto come Sailor Moon nella GIF perché sento di avere tra le mani il potere di concedere nuova linfa al passato e di viaggiare nel tempo grazie alla bellezza ritrovata. Ecco cosa significa essere vintage per me: guardare indietro per guardarmi dentro e sorridere a squarciagola.

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